giovedì 21 giugno 2018

"Morti per la Patria". La Prima Guerra Mondiale e il culto dei caduti


Nel novembre 1918 una serie di armistizi firmati tra l'Italia più la Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) e quel che restava della Triplice Alleanza (vale a dire Austria e Germania) pose fine alla Prima guerra mondiale. La Grande Guerra per quattro anni aveva mietuto milioni di vittime, tra cui circa 651.000 soldati italiani. 
Il giovane Regno d’Italia, che all’inizio del conflitto si era mantenuto neutrale, era entrato in guerra nel 1915 sulla scia dell’entusiasmo e della sovraeccitazione dei cosiddetti interventisti. Esisteva, cioè, una buona fetta della popolazione italiana favorevole alla partecipazione al conflitto e tra questi numerosi furono coloro che entrarono volontariamente nell’esercito.

Che cosa spinse queste persone ad arruolarsi?

Mussolini arrestato dopo aver tenuto un comizio a favore
dell'entrata in guerra (11/04/1915). 
Tanti giovani, «inquieti per mancanza di fede e tormentati dalla sete di miti»,[1] attendevano da tempo una guerra che fosse, in un certo senso, capace di smuovere una giovane nazione che ai loro occhi appariva immobile e decadente. Si potrebbe dire che essi presero parte al conflitto perché influenzati dal desiderio di «immolarsi anima e corpo ad una causa – quale che fosse – purché capace di trascendere i meschini motivi della vita d’ogni giorno».[2] La Grande Guerra, tuttavia, avrebbe disatteso le loro speranze e tutti, volontari e non, sarebbero tornati alle loro case in preda alla disillusione e sconfortati dall’enorme numero di caduti.

Lapide dedicata ai caduti di Camporgiano (LU).
Il dramma dei soldati morti in guerra colpì quasi ogni famiglia d’Italia. La portata del conflitto rendeva difficile (e a volte impossibile) identificare i cadaveri o scoprire in quale luogo fossero stati eventualmente seppelliti. Oltre a ciò, dal punto di vista dello Stato era anche necessario affrontare l’effetto destabilizzante che un così alto numero di morti avrebbe avuto sull’opinione pubblica. Per fare questo, venne impiegato un nuovo “lessico della morte” fatto di lapidi, iscrizioni e opere architettoniche che potessero offrire una sorta di riposo simbolico alla massa dei caduti. In questi monumenti il linguaggio della morte venne sostituito da un linguaggio di matrice religiosa: ad esempio, le vittime della guerra non erano morti, bensì caduti. Il lutto privato poteva quindi essere trasformato in un «cordoglio organizzato»[3] capace di convertire il dolore e la sofferenza in un sentimento di consenso collettivo. Capace, inoltre, di aiutare a definire l’identità di quei reduci tornati all’improvviso alla vita normale, ma segnati per sempre nel corpo e nella mente. 

Sacrario di Redipuglia, inaugurato nel 1938.
L’inaugurazione di un «culto della sofferenza e del sacrificio di sé»[4], che aveva il suo simbolo nella figura dei soldati morti in guerra, fu una caratteristica che nel primo dopoguerra accomunò tutte le nazioni, vittoriose o meno. In Italia, il culto dei caduti fu la prima “religione della patria”, preceduta forse solamente dalla mitologia risorgimentale. Le celebrazioni in loro onore furono sia un’imposizione dello Stato (che così facendo voleva guadagnare consenso e «mascherare gli orrori della guerra stessa»), sia una manifestazione di sentimenti spontanei da parte di coloro che avevano conosciuto la tragedia della guerra. In definitiva, quindi, la massa dei morti si trasformò da sacrificio insensato in culto della nazione. Un culto che di lì a poco sarebbe stato ripreso ed enfatizzato dal regime fascista, che amplificò tantissimo il mito della guerra eroica, «atto di nascita della nuova Italia e del fascismo stesso» che se ne fece interprete[5]. E questa (non) è un’altra storia.

BIBLIOGRAFIA

-       Eric J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella Prima Guerra Mondiale, Il Mulino, Bologna, 1985.
-       Jay Winter, Il lutto e la memoria. La Grande Guerra nella storia culturale europea, Il Mulino, Bologna, 1998.
-       Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani. 1915 – 1918, BUR Storia, 2015 (prima edizione Rizzoli, Milano, 1998).
-       Emilio Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Bari, 1993.



[1] Emilio Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Bari, 1993, p. 27.
[2] Idem, p. 28.
[3] Eric J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella Prima Guerra Mondiale, Il Mulino, Bologna, 1985, p. 271.
[4] Ibidem.
[5] Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani. 1915 – 1918, BUR Storia, 2015 (prima edizione Rizzoli, Milano, 1998), p. 335.

giovedì 14 giugno 2018

JAN PALACH E IL SESSANTOTTO “SEQUESTRATO”


JAN PALACH E IL SESSANTOTTO “SEQUESTRATO”

"Un suicida in certi casi non scende all'Inferno e non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita" scrisse un teologo cattolico pochi giorni dopo che il ventunenne Jan Palach, studente di filosofia, si era cosparso di benzina e dato fuoco in piazza San Venceslao a Praga, in un gelido 16 gennaio 1969. Jan non era cattolico: era di fede evangelica come suo padre, socialista. Ma quando accese il fiammifero dovette pensare, più che alla vita o a un dio, alla sua Praga invasa dai sovietici dall’agosto dell’anno prima. “Dato che la nostra nazione si trova in bilico tra disperazione e rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e risvegliare così la coscienza nazionale” scrisse nella lettera che lasciò alla sua morte, firmandosi “torcia n. 1”, di lì a poco imitato da altri giovani come lui. Credeva in Dubcek e nella sua Primavera socialista dal volto umano: ma il mondo degli adulti restituì alla sua generazione teste chine, il grigio dei carri armati del Patto di Varsavia e del volto di Husàk, emblema della cortina di ferro ripiombata sui confini del suo Paese.
Fin qui Jan Palach. Ma il Sessantotto che c’entra? A Praga si manifestava per una libertà concreta e necessaria come l’aria che si respirava; a Londra, Roma e Parigi si protestava contro la “confortevole, levigata, democratica non libertà dei paesi industriali avanzati” per dirla con Marcuse.
Eppure fu Sessantotto anche quello praghese, anzi: altri ce ne furono ad Est. Piccole torce che si spensero nel buio dell’impotenza e dell’indifferenza. Impotenza di una politica internazionale schiacciata tra Nato e Patto di Varsavia; indifferenza dei rampolli delle élites nelle università occidentali che, protetti da quella “levigata” e detestata non libertà, inneggiavano a Mao o a Che Guevara a una manciata di chilometri dai confini orientali.
Fu, quello dell’Est, un sessantotto “sequestrato”, secondo Guido Krainz, udinese, professore di storia contemporanea a Teramo, autore del recente Il Sessantotto sequestrato: Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni. Rifiutandosi di guardare per l’ennesima volta, come altri suoi colleghi, nel proprio ombelico europeo occidentale, Krainz registra con dovizia di dati l’isolamento in cui i movimenti studenteschi e i partiti comunisti dell’Ovest lasciarono gli studenti che avevano sfidato i carri armati a Praga, e quelli che in quegli stessi mesi avevano preteso libertà e diritti a Belgrado e a Varsavia ottenendone solo arresti e terrore. Tra le poche eccezioni a Sinistra, il Manifesto, che in quei giorni titolò la verità: “Praga è sola”.
“Questi giovani erano come noi, e noi non lo capivamo - scrive Anna Bravo in un saggio del volume – e se la differenza è comprensibile e naturale in contesti diversi, si fa dramma quando diviene separazione, incomprensione, insensibilità al dolore degli altri”.
Insensibili o almeno distratti. Tra i sessantottini italiani, Mario Martucci ravvisò in Palach «un aspetto di fanatismo religioso» e di «spirito settario». Enzo Biassoni, allora capo del Movimento studentesco monzese, lo bollò come «eterodiretto» senz’altro specificare. Quanto a un altro del gruppo, Gabriele Nissim, giudicò quel gesto «rinunciatario». I più rozzi lo liquidarono come un caso di «provocazione fascista». Quelli della rivista «Nuovo impegno» conclusero sbrigativamente: «il fatto principale della mobilitazione generato da Palach non ha contenuti socialisti».
Nel 2009 un gruppetto di loro, Mario Capanna in testa, partì per Praga: “Noi che quarant’anni fa eravamo impegnati a Milano nel Movimento studentesco, potevamo fare di più…” esordirono in un comunicato redatto per l’occasione. Per far sapere al mondo che finalmente si ricordavano di Jan Palach, il sessantottino che per una vera libertà si privò della vita.


FONTI

1)      Guido Krainz, Il Sessantotto sequestrato: Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni, Donzelli, Roma 2018.
2)      Dario Fertilio, “Missione a Praga: il ’68 fa autocritica su Jan Palach”, Corriere della Sera, 10 gennaio 2009.
3)      Sergio Failla, mercoledì 7 marzo 2018, http://www.girodivite.it/Praga-e-sola-Noi-che-non-capiamo-l.html,
4)      http://www.janpalach.cz/it/default/indexovnik